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Джакомо Леопарди, «Дрок»

Leopardi monumento Recanati
В статье

    Leopardi monumento RecanatiМы завершаем тематический цикл о Леопарди своеобразным «завещанием в стихах». Речь идет о стихотворении «Дрок» (La ginestra, 1836), которое, исходя из его масштабов, можно смело назвать поэмой, близкой к античным образцам Горация и Лукреция. Леопарди сочинил его за год до смерти, в Неаполе, где он провел последние годы жизни. Вид на «огромную гору, / Везувий-убийцу» (formidabil monte, / sterminator Vesevo) послужил источником вдохновения для написания текста, который стал итоговым синтезом поэтики и философского мировоззрения поэта. Как это часто свойственно Леопарди, стихи превращаются в настоящий «трактат» о природе вещей и людей.

    В стихотворении «Дрок» нашел ярчайшее воплощение трезвый взгляд человека, который называет явления мира своими именами и не предается хрупким иллюзиям о непрерывном прогрессе человечества, постоянно воспеваемом интеллектуалами того времени — эпохи веры в «прекрасные судьбы человечества, торжество прогресса» (le magnifiche sorti e progressive). Как говорил Паскаль, человек — самый слабый тростник в мире, и он не может претендовать на то, чтобы обуздать Природу: она всегда будет сильнее его. Единственное, что у него остается — быть как дрок, а именно стоически расти на сухих склонах вулкана, держаться, не переставать расцветать весной и не терять свою красоту… и, одновременно, объединять свои усилия с усилиями «социальной цепи» других людей.

    Foto da qui.

    Этим беспощадным посланием, в котором одновременно проявляется и самое настоящее титаническое начало, Леопарди прощается со своими читателями и со своим «высокомерным, глупым веком» (secol superbo e sciocco). Поэт был похоронен в неаполитанской церкви Сан-Витале, а впоследствии его могилу переместили в прекрасный Парк Вергилия в том же городе.

    Сегодня нам хотелось бы поделиться с вами еще одним отрывком из фильма «Удивительный юноша» (Il giovane favoloso, 2014): это последние кадры, где Элио Джермано-Леопарди читает несколько строк «Дрока».

    La ginestra, o il fiore del deserto

    « Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἂνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς. — E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce »
    (Giovanni, III, 19)

    Qui mira e qui ti specchia,
    Qui su l’arida schiena
    del formidabil monte
    sterminator Vesevo,
    la qual null’altro allegra arbor né fiore,
    tuoi cespi solitari intorno spargi,
    odorata ginestra,
    contenta dei deserti. Anco ti vidi
    de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
    che cingon la cittade
    la qual fu donna de’ mortali un tempo,
    e del perduto impero
    par che col grave e taciturno aspetto
    faccian fede e ricordo al passeggero.
    Or ti riveggo in questo suol, di tristi
    lochi e dal mondo abbandonati amante,
    e d’afflitte fortune ognor compagna.
    Questi campi cosparsi
    di ceneri infeconde, e ricoperti
    dell’impietrata lava,
    che sotto i passi al peregrin risona;
    dove s’annida e si contorce al sole
    la serpe, e dove al noto
    cavernoso covil torna il coniglio;
    fur liete ville e colti,
    e biondeggiàr di spiche, e risonaro
    di muggito d’armenti;
    fur giardini e palagi,
    agli ozi de’ potenti
    gradito ospizio; e fur città famose
    che coi torrenti suoi l’altero monte
    dall’ignea bocca fulminando oppresse
    con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
    una ruina involve,
    dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
    i danni altrui commiserando, al cielo
    di dolcissimo odor mandi un profumo,
    che il deserto consola. A queste piagge
    venga colui che d’esaltar con lode
    il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
    è il gener nostro in cura
    all’amante natura. E la possanza
    qui con giusta misura
    anco estimar potrà dell’uman seme,
    cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
    con lieve moto in un momento annulla
    in parte, e può con moti
    poco men lievi ancor subitamente
    annichilare in tutto.
    Dipinte in queste rive
    son dell’umana gente
    le magnifiche sorti e progressive .

    secol superbo e sciocco,
    che il calle insino allora
    dal risorto pensier segnato innanti
    abbandonasti, e volti addietro i passi,
    del ritornar ti vanti,
    e procedere il chiami.
    Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
    di cui lor sorte rea padre ti fece,
    vanno adulando, ancora
    ch’a ludibrio talora
    t’abbian fra sé. Non io
    con tal vergogna scenderò sotterra;
    ma il disprezzo piuttosto che si serra
    di te nel petto mio,
    mostrato avrò quanto si possa aperto:
    ben ch’io sappia che obblio
    preme chi troppo all’età propria increbbe.
    Di questo mal, che teco
    mi fia comune, assai finor mi rido.
    Libertà vai sognando, e servo a un tempo
    vuoi di novo il pensiero,
    sol per cui risorgemmo
    della barbarie in parte, e per cui solo
    si cresce in civiltà, che sola in meglio
    guida i pubblici fati.
    Così ti spiacque il vero
    dell’aspra sorte e del depresso loco
    che natura ci diè. Per questo il tergo
    vigliaccamente rivolgesti al lume
    che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli
    vil chi lui segue, e solo
    magnanimo colui
    che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
    fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

    Uom di povero stato e membra inferme
    che sia dell’alma generoso ed alto,
    non chiama sé né stima
    ricco d’or né gagliardo,
    e di splendida vita o di valente
    persona infra la gente
    non fa risibil mostra;
    ma sé di forza e di tesor mendico
    lascia parer senza vergogna, e noma
    parlando, apertamente, e di sue cose
    fa stima al vero uguale.
    Magnanimo animale
    non credo io già, ma stolto,
    quel che nato a perir, nutrito in pene,
    dice, a goder son fatto,
    e di fetido orgoglio
    empie le carte, eccelsi fati e nove
    felicità, quali il ciel tutto ignora,
    non pur quest’orbe, promettendo in terra
    a popoli che un’onda
    di mar commosso, un fiato
    d’aura maligna, un sotterraneo crollo
    distrugge sì, che avanza
    a gran pena di lor la rimembranza.
    Nobil natura è quella
    che a sollevar s’ardisce
    gi occhi mortali incontra
    al comun fato, e che con franca lingua,
    nulla al ver detraendo,
    confessa il mal che ci fu dato in sorte,
    e il basso stato e frale;
    quella che grande e forte
    mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
    fraterne, ancor più gravi
    d’ogni altro danno, accresce
    alle miserie sue, l’uomo incolpando
    del suo dolor, ma dà la colpa a quella
    che veramente è rea, che de’ mortali
    madre è di parto e di voler matrigna.
    Costei chiama inimica; e incontro a questa
    congiunta esser pensando,
    siccome è il vero, ed ordinata in pria
    l’umana compagnia,
    tutti fra sé confederati estima
    gli uomini, e tutti abbraccia
    con vero amor, porgendo
    valida e pronta ed aspettando aita
    negli alterni perigli e nelle angosce
    della guerra comune. Ed alle offese
    dell’uomo armar la destra, e laccio porre
    Al vicino ed inciampo,
    stolto crede così qual fora in campo
    cinto d’oste contraria, in sul più vivo
    incalzar degli assalti,
    gl’inimici obbliando, acerbe gare
    imprender con gli amici,
    e sparger fuga e fulminar col brando
    infra i propri guerrieri.
    Così fatti pensieri
    quando fien, come fur, palesi al volgo,
    e quell’orror che primo
    contra l’empia natura
    strinse i mortali in social catena,
    fia ricondotto in parte
    da verace saper, l’onesto e il retto
    conversar cittadino,
    e giustizia e pietade, altra radice
    avranno allor che non superbe fole,
    ove fondata probità del volgo
    così star suole in piede
    quale star può quel ch’ha in error la sede.

    Sovente in queste rive,
    che, desolate, a bruno
    veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
    seggo la notte; e su la mesta landa,
    in purissimo azzurro
    veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
    cui di lontan fa specchio
    il mare, e tutto di scintille in giro
    per lo vòto seren brillare il mondo.
    E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
    ch’a lor sembrano un punto,
    e sono immense, in guisa
    che un punto a petto a lor son terra e mare
    veracemente; a cui
    l’uomo non pur, ma questo
    globo, ove l’uomo è nulla,
    sconosciuto è del tutto; e quando miro
    quegli ancor piú senz’alcun fin remoti
    nodi quasi di stelle,
    ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
    e non la terra sol, ma tutte in uno,
    del numero infinite e della mole,
    con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
    o sono ignote, o cosí paion come
    essi alla terra, un punto
    di luce nebulosa; al pensier mio
    che sembri allora, o prole
    dell’uomo? E rimembrando
    il tuo stato quaggiú, di cui fa segno
    il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
    che te signora e fine
    credi tu data al Tutto; e quante volte
    favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
    granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
    per tua cagion, dell’universe cose
    scender gli autori, e conversar sovente
    co’ tuoi piacevolmente; e che, i derisi
    sogni rinnovellando, ai saggi insulta
    fin la presente età, che in conoscenza
    ed in civil costume
    sembra tutte avanzar; qual moto allora,
    mortal prole infelice, o qual pensiero
    verso te finalmente il cor m’assale?
    Non so se il riso o la pietá prevale.

    Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
    cui là nel tardo autunno
    maturità senz’altra forza atterra,
    d’un popol di formiche i dolci alberghi
    cavati in molle gleba
    con gran lavoro, e l’opre,
    e le ricchezze ch’adunate a prova
    con lungo affaticar l’assidua gente
    avea provvidamente al tempo estivo,
    schiaccia, diserta e copre
    in un punto; cosí d’alto piombando,
    dall’utero tonante
    scagliata al ciel profondo,
    di ceneri e di pomici e di sassi
    notte e ruina, infusa
    di bollenti ruscelli,
    o pel montano fianco
    furiosa tra l’erba
    di liquefatti massi
    e di metalli e d’infocata arena
    scendendo immensa piena,
    le cittadi che il mar là su l’estremo
    lido aspergea, confuse
    e infranse e ricoperse
    in pochi istanti: onde su quelle or pasce
    la capra, e città nove
    sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
    son le sepolte, e le prostrate mura
    l’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
    Non ha natura al seme
    dell’uom piú stima o cura
    ch’alla formica: e se piú rara in quello
    che nell’altra è la strage,
    non avvien ciò d’altronde
    fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.
    Ben mille ed ottocento
    anni varcar poi che spariro, oppressi
    dall’ignea forza, i popolati seggi,
    e il villanello intento
    ai vigneti, che a stento in questi campi
    nutre la morta zolla e incenerita,
    ancor leva lo sguardo
    sospettoso alla vetta
    fatal, che nulla mai fatta più mite
    ancor siede tremenda, ancor minaccia
    a lui strage ed ai figli ed agli averi
    lor poverelli. E spesso
    il meschino in sul tetto
    dell’ostel villereccio, alla vagante
    aura giacendo tutta notte insonne,
    e balzando piú volte, esplora il corso
    del temuto bollor, che si riversa
    dall’inesausto grembo
    sull’arenoso dorso, a cui riluce
    di Capri la marina
    e di Napoli il porto e Mergellina.
    E se appressar lo vede, o se nel cupo
    del domestico pozzo ode mai l’acqua
    fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
    desta la moglie in fretta, e via, con quanto
    di lor cose rapir posson, fuggendo,
    vede lontan l’usato
    suo nido, e il picciol campo,
    che gli fu dalla fame unico schermo,
    preda al flutto rovente,
    che crepitando giunge, e inesorato
    durabilmente sovra quei si spiega.
    Torna al celeste raggio
    dopo l’antica obblivion, l’estinta
    Pompei, come sepolto
    scheletro, cui di terra
    avarizia o pietà rende all’aperto;
    e dal deserto foro
    diritto infra le file
    de’ mozzi colonnati il peregrino
    lunge contempla il bipartito giogo
    e la cresta fumante,
    ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
    E nell’orror della secreta notte
    per li vacui teatri,
    per li templi deformi e per le rotte
    case, ove i parti il pipistrello asconde,
    come sinistra face
    che per voti palagi atra s’aggiri,
    corre il baglior della funerea lava,
    che di lontan per l’ombre
    rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
    Cosí, dell’uomo ignara e dell’etadi
    ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
    dopo gli avi i nepoti,
    sta natura ognor verde, anzi procede
    per sí lungo cammino
    che sembra star. Caggiono i regni intanto,
    passan genti e linguaggi: ella nol vede:
    e l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

    E tu, lenta ginestra,
    che di selve odorate
    queste campagne dispogliate adorni,
    anche tu presto alla crudel possanza
    soccomberai del sotterraneo foco,
    che ritornando al loco
    giá noto, stenderà l’avaro lembo
    su tue molli foreste. E piegherai
    sotto il fascio mortal non renitente
    il tuo capo innocente:
    ma non piegato insino allora indarno
    codardamente supplicando innanzi
    al futuro oppressor; ma non eretto
    con forsennato orgoglio inver le stelle,
    né sul deserto, dove
    e la sede e i natali
    non per voler ma per fortuna avesti;
    ma piú saggia, ma tanto
    meno inferma dell’uom, quanto le frali
    tue stirpi non credesti
    o dal fato o da te fatte immortali.

    Дрок, или Цветок пустыни
    (перевод Татьяны Стамовой)

    Но люди более возлюбили тьму, нежели свет.
    Евангелие от Иоанна, III, 19

    Здесь, на бесплодных склонах
    Огромного вулкана,
    Везувия-убийцы —
    Где ни деревьев, ни иных цветов —
    Ты разбросал соцветия свои,
    Благоуханный дрок, цветок пустыни.
    Среди безлюдных улиц
    Столицы древней, что когда-то смертным
    Царицей мира мнилась,
    В мысль о веках минувших погружен,
    Я прежде замечал тебя. И ныне
    Встречаю снова. Ты — насельник давний
    Печальных этих мест, о древней славе
    Молчащих. Эти склоны,
    Что пеплом и окаменевшей лавой
    Покрыты как броней,
    Где гулки все шаги, где свившись в кольца,
    Дремлет змея и кролик
    Дрожит в своей пещерке под землей —
    Когда-то были пашнями, звенели
    Колосьями и оглашались томным
    Мычаньем стад. Тенистые сады
    Вкруг пышных вилл пестрели
    И странников в свою манили сень,
    И города соревновались в славе —
    Как вдруг дыханьем огненным вулкан
    Надменный, словно молнией, в момент
    Их ввергнул в прах со всеми, кто дерзнул
    Там жить. С тех пор руины
    Кругом — на них ты вырос, милый цвет,
    И в память той беды и в утешенье
    Пустыне сей твой тонкий аромат
    Восходит к небу. Вот бы заглянул
    Сюда один из тех, что восхвалять
    Привыкли человеческий удел:
    Так добрая природа
    С венцом творенья обошлась — так просто
    Ей было — словно повести плечом —
    Отчасти сокрушить его и после,
    Чуть большее усилье приложив,
    Стереть с лица земли.
    Где зрим еще ясней,
    Как судьбы человечества прекрасны,
    Как путь его чем дальше, тем светлей?

    Взгляни, здесь отражение твое,
    Век глупый и спесивый,
    Что, возрожденной мысли
    Пути покинув, обратился вспять
    И рачьим шагом склонен
    Гордиться, возомнив его победным
    Движением вперед, пускай другие —
    Ведь ты отец им, что ни говори —
    Хвалу тебе возносят, презирая
    В душе. Не уподоблюсь им, открыто
    Всё выскажу, хоть знаю: тот, кто с веком
    Враждует, им отвержен и забыт.
    Что мне с того? Смеюсь — и ты не слишком
    Среди столетий будешь знаменит.

    Сам о свободе грезишь, сам же мысль,
    Как некогда, простой служанкой видишь.
    Как будто не она
    Нас вывела из варварства, не с нею
    Растем, мужаем, крепнем…
    Как мысль тебе претит,
    Что мы не боги и перед природой
    Малы и жалки! С истиною горькой
    Воюешь и любого,
    Готов клеймить, кто согласился с ней.
    Зато тобой любим
    Кто и себя мороча и другого,
    Безумен иль коварен,
    Кичится человечеством своим.

    Придет ли в голову тому, кто хил
    И беден, но по счастью сохранил
    Ум и достоинство, хвалиться силой,
    Богатством, чином, славой;
    Походкой величавой
    Ходить пред ближними? Он, не стыдясь,
    Все говорит, как есть, и неподсуден
    Пред миром и собой. Какая честь
    В том, чтоб, родившись в муках и страданья
    Всю жизнь терпя, кричать,
    Что награжден судьбой,
    И, ложь бессмысленную поверяя
    Бумаге, небывалые расцветы
    Пророчить тем, кого могучий вал
    Взволнованного моря,
    Иль дуновенье воздуха больного,
    Иль недр земных восстанье —
    В миг истребят, едва ли сохранив
    И малое о них воспоминанье?

    Тот благороден сердцем,
    Кто смертными очами
    В лицо судьбе, одной для всех живых,
    Взглянуть не побоится
    И честно скажет: достоянье наше
    Короткий век и рок;
    Тот, что силен в страданье
    И им велик, и ненависть людей
    Не ставит им в вину,
    Виновницу же зла
    В той видит, что рожденье нам дала,
    Но невзлюбила. Лишь ее врагиней
    Зовет и знает: с ней
    Бороться люди призваны от века
    И потому тесней
    Им на земле сплотиться надлежит.
    И, всех живущих на земле любя,
    Он в бедах и напастях
    Любому помощь предложить спешит
    И сам не постыдится
    Ее в свой час от ближнего принять,
    А на обиды тем же отвечать,
    Вражду приумножая,
    Безумьем счел бы. Кто на поле боя
    В виду атаки близкой затевает
    С соратниками распри, меч подняв
    Против своих?
    Когда простая мысль,
    Когда-то очевидная, дойдет
    До большинства людей, и древний ужас
    Пред злой природой, побуждавший смертных
    Объединяться, станет непреложным
    И зрелым знаньем, — распри
    Прейдут, и справедливость
    И узы милосердья на земле
    Не на пустом и выспреннем мечтанье
    Уже держаться будут — на ином,
    Не шатком основанье.

    Порой на этих склонах
    Покинутых, что в темное одеты
    Потоками, застывшими волнисто,
    Сижу средь ночи. Вижу как над долом
    Печальным в ясной синеве пылают
    Звезды, в далеком отражаясь море —
    Весь мир тогда их быстрых полон искр.
    Мерцающие точки, но огромны —
    И точка перед ними вся земля,
    И море, и мы все, что на земле
    Почти ничто, они и знать не знают
    О нас; и дальше эти
    Скопления, что перьями тумана
    Отсюда кажутся: и человек,
    И шар земной, и мириады наших
    Звезд, с нашим солнцем, им иль не видны
    Иль дымом видятся таким же. Глядя
    На них, с чем мне сравнить
    Тебя, о человек? Здесь на руинах
    Твой жалкий жребий вспомню и как мнишь
    Себя венцом творенья, господином
    Всего, что в мире есть, как любишь ты
    Хвалиться тем, что боги,
    Творители вселенной нисходили
    К песчинке сей, что среди нас землей
    Зовется, чтоб с тобою говорить;
    Как, возвращаясь к грезам
    Отвергнутым, высокомерный век
    Вновь норовит судить
    Того, чья мысль трезва…
    Что думать мне? И чувства и слова
    Какие посетят?
    Чем дальше обольщаться?

    Не знаю плакать мне или смеяться.
    Как где-то яблоко, упавши с ветки
    (Ничто как осень поздняя и зрелость
    Тому виной) уютные жилища
    Народа муравьиного, все лето
    Усердно возводимые, и с ними
    Всё что в каморках тех припасено, —
    В миг разорит, раздавит,
    Лишь вмятину оставит на земле, —
    Так, сверху вдруг обрушась,
    Извергнутые чревом
    Гудящим — пепел, камни,
    Огонь и тьма, потоки
    Кипящие расплавленной руды,
    По склонам этим мчась,
    Враз обратили в прах
    И города, которым
    Подножьем ласковым служило море,
    И обитателей, и их труды.
    Травою скудной склон
    Порос — коза пасется. На другом
    Поверх поверженных горой жестокой
    Воздвиглись стены новые — и тоже
    Как будто попираемы пятой
    Ее. Не более чем к муравьям
    Благоволит природа
    К людскому племени. А если всё же
    Они страдают чаще,
    То только потому что плодовитей.
    Нас меньше на планете,
    Чем этой мелкоты в одной лишь чаще.

    Столетий восемнадцать
    Прошло с тех пор, как огненная сила
    Три города со всем их населеньем
    Смела с лица земли. Бедняк-крестьянин,
    Обхаживая чахлый виноградник,
    Что средь камней и пепла
    Поднялся чудом, смотрит по привычке
    На грозную вершину, что доныне
    Нрав не смирила и грозит бедою
    Ему и чадам, крову
    Их ветхому. И ночью
    Под зыбким небом не смыкая глаз
    На крыше хижины своей опять
    Он мается без сна, приляжет только
    И тут же вскакивает — проверять
    Как движется по склону
    Кремнистому поток, что из утробы
    Горы огнем извергся, озарив
    Уснувший было Капри,
    Неаполь, Мерджеллину, весь залив.
    Коль близко подойдет, иль вдруг в колодце
    Начнет бурлить и закипать вода,
    Тут ждать нельзя — жену, детишек будит
    И, что-то из пожиток прихватив,
    Бежит. И вот уж издали глядит,
    Как дом его, несчастное гнездо,
    С клочком земли — спасеньем
    От голода — становится добычей
    Змеи гремучей, что уже настигла,
    Чтоб всё пожрав, потом окаменеть
    На долгие века.
    Вот из забвенья древнего выходит
    На белый свет Помпея,
    Как тот скелет, что долго ждал, пока
    Корысть иль любопытство
    Его не удосужились поднять.
    И с площади пустынной —
    Среди колонн щербатых
    Остановившись — созерцает странник
    Двойную гору, что опять дымится,
    Грозя погибшим стенам;
    И средь ночи, что страшных тайн полна,
    По гулким циркам, оскверненным храмам,
    Среди домов разрушенных, где мыши
    Летучие ютятся —
    Зловещим факелом гуляет отблеск
    Огня смертельного и всю округу
    Кроваво озаряет.
    Так — к людям равнодушна, и к векам,
    Прошедшим и грядущим, к поколеньям,
    Сменяющим друг друга, —
    Всегда юна природа
    И, продолжая бесконечный путь,
    Словно стоит на месте.
    Меж тем проходят царства, и народы,
    И языки — ей дела нет. Что ж мы?
    Всё хвалимся бессмертьем, бесполезный,
    Тупой твердя урок.

    А ты, душистый дрок,
    Что, гибкий, как лоза,
    Узорами своими украшаешь
    Пустыню эту? — И тебе придется,
    Жестокой силе уступив, исчезнуть
    Под натиском подземного огня,
    Что, возвратившись на круги своя,
    К твоей прохладе жадно
    Потянется. Пред бременем смертельным
    Головкою невинной
    Склонишься, но до той поры не будешь
    Ни малодушно умолять врага,
    Ни в самомнении слепом до звезд
    Тянуться, ни над скудной
    Землей превозноситься,
    Где лишь по воле случая пришлось
    Тебе на свет родиться,
    И — человека проще и мудрей —
    Едва ли возомнишь,
    Что род твой здесь соделался бессмертным
    По воле провиденья иль твоей.

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    Об авторе Francesca Lazzarin

    Франческа Лаццарин – кандидат филологических наук, литературовед, закончила аспирантуру Падуанского университета (Италия) и падуанскую Консерваторию. С 2013 г. постоянно живет в Москве, где работает переводчиком и преподавателем ВУЗа, а также организует мероприятия, посвященные итальянской культуре. Francesca Lazzarin ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Slavistica presso l’Università di Padova. Inoltre, si è diplomata in canto lirico al Conservatorio C. Pollini di Padova. Dal 2013 vive a Mosca, dove lavora come interprete, traduttrice e docente universitaria, nonché organizza eventi dedicati alla cultura italiana.

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